LE RAGIONI DEL NO

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ENTRIAMO NEL MERITO DELLE RAGIONI DEL NO

 

Sabato 17 Settembre, presso il Polifunzionale Arpino a Bra, si è tenuto un incontro pubblico per illustrare alla cittadinanza le ragioni del  NO al referendum costituzionale. L’iniziativa è stata organizzata dal gruppo braidese del M5S, ritenendo che fosse interesse di tutti avere elementi per un voto responsabile: per questo motivo quella di sabato  è stata un’occasione di approfondimento utile a chiunque.

Il dibattito é stato introdotto da Claudio Allasia, consigliere comunale del M5S di Bra, il quale ha presentato gli ospiti e introdotto l’argomento. Sono intervenuti il professor Lorenzo Spadacini, professore di diritto costituzionale, il consigliere regionale Mauro Campo e la deputata monregalese Fabiana Dadone, membro della commissione affari costituzionali della Camera.

I relatori hanno portato con passione e convinzione il parere negativo ad un cambiamento che viene ritenuto illegittimo, soprattutto perché proposto da una maggioranza eletta col metodo “porcellum” (dichiarato incostituzionale), quindi non democraticamente rappresentativa.

Il vero obiettivo della riforma Renzi-Boschi è lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo, in sinergia con la legge elettorale «Italicum» già approvata. Si avrà così un unico risultato, l’azzeramento della rappresentatività del Senato e l’indebolimento radicale della rappresentatività della Camera dei Deputati, con conseguenti ripercussioni sull’assetto generale dei rapporti tra i poteri dello Stato.  Il premio di maggioranza dato ad una  singola lista consegna la Camera nelle mani del leader del partito vincente nella competizione elettorale in totale antitesi all’originaria architettura costituzionale fondata sulla rappresentanza politica, sull’equilibrio dei poteri, sulla partecipazione democratica. La riforma è stata costruita per la sopravvivenza di un governo e di una maggioranza privi di qualsiasi legittimazione sostanziale, nella completa assenza di contro-poteri, uno dei principi fondamentali del costituzionalismo liberale.

Con questa nuova riforma inoltre non si supera il bicameralismo, lo si rende solamente più confuso  creando conflitti di competenza tra Stato e Regioni, tra Camera e nuovo Senato. I rapporti tra legislazione statale e regionale sono regolamentati, da sempre e nelle varie formulazioni, dall’articolo 117 della Costituzione attraverso, inizialmente, la sola “legislazione concorrente” e, dopo la riforma del 2001, anche attraverso l’individuazione di materie di legislazione esclusiva di Stato e Regioni.

Si è usata l’immagine del Senato delle Regioni per coprire un massiccio ritorno al centralismo, che anziché correggere le tante storture del Titolo V del 2001 passa da un estremo all’altro. Ci raccontano che  la filosofia dietro la Riforma è quella di creare un Senato che funzioni principalmente da “raccordo” tra il Territorio e lo Stato centrale.
Nella realtà viene eliminata del tutto la legislazione concorrente, dove per legislazione concorrente si intende qual riparto di competenze tra Stato e Regioni nella quale, una stessa materia, necessita del duplice intervento tra legge statale e legge regionale. In questo modo si va creando un fossato normativo fatto di competenze esclusive che impediscono ogni forma di mediazione in campi di interesse oggettivamente in capo tanto allo Stato quanto alle Regioni. Inutile nascondere che, in un quadro come questo, a definire in dettaglio competenze talvolta ottusamente esclusive, sarà la contingente maggioranza di Governo.

Altro punto affrontato della deputata Dadone è la composizione del nuovo Senato. I suoi membri, godranno dell’immunità parlamentare e non saranno eletti direttamente dai cittadini. La proposta di riforma mira, ad “una riduzione significativa del diritto di iniziativa legislativa popolare, ossia di una delle forme di esercizio diretto della sovranità da parte dei cittadini” (art. 1,co. 2 Cost.). Sono infatti esclusivamente i consigli regionali e provinciali ad eleggere i senatori. A far parte del futuro Senato ci saranno 74 consiglieri regionali, i 21 sindaci dei capoluoghi ed infine 5 personalità illustri nominate dal presidente della Repubblica. Questi ultimi prenderanno il posto di quelli che attualmente si chiamano « Senatori a vita ». Ci si chiede come sarà possibile conciliare il ruolo di sindaco o di consigliere regionale, già estremamente impegnativi, con quello di senatore e se sia giusto che si venga eletti per assumere un determinato ruolo e poi si vada fare tutt’altro. Infine se i cittadini eleggono i consiglieri regionali e provinciali, e questi a loro volta eleggono i senatori, non si può certo dire, per la proprietà transitiva, che i cittadini eleggano (indirettamente) anche i senatori. Appare anche chiaro che non ci sarà il risparmio previsto e i costi del Senato saranno diminuiti solo di un quinto poiché l’apparato rimarrà in piedi tale e quale l’attuale con tutte le  sue spese correnti e il suo personale. Tali costi della politica potevano essere veramente tagliati accogliendo la  proposta del M5S di dimezzare sia gli stipendi che i parlamentari stessi, riducendo anche i loro rimborsi spese.  Il nodo politico di fondo —la rappresentatività democratica del parlamento se non addirittura la sorte del ‘popolo sovrano’— emerge più chiaro guardando al complesso delle riforme, in particolare guardando la riforma del Senato e la nuova legge elettorale insieme. Una legge approvata con forzature procedimentali evidenti e senza un reale confronto, che distorce la volontà degli elettori attraverso l’attribuzione di un ingente premio, e così alterando l’esito del voto, può consentire ad una minoranza esigua di impadronirsi di tutte le istituzioni, comprese quelle di garanzia.

 

 

Movimento 5 Stelle Bra

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